EMPLOYABILITY: LA CHIAVE DEL FUTURO

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Sono sempre più frequenti le pubbliche dichiarazioni di grandi aziende che preparano e prevedono specifici percorsi di crescita per i propri lavoratori, come degli ascensori professionali per i talentuosi. E non solo le multinazionali.

Anche le imprese più piccole si stanno attivando in tal senso, per fare in modo che i collaboratori impegnati nella crescita dell’azienda possano vedersi valorizzati, pur sotto la forma di un riconoscimento di ruolo verticale. C’è un termine che sintetizza questo processo che porta vantaggio a entrambe le parti in questione, al responsabile di team e a chi lavora come dipendente: il termine è “soddisfazione”.

Che il desiderio di crescere proprio della persona possa trovare reale corrispondenza in una forma, in un job title, significa – infatti – ottenere una soddisfazione professionale ed economica che è parte dell’appagamento personale e che, non c’è dubbio, fortifica l’engagement.

Ma non si deve cadere in una grande illusione: che la propria crescita, la propria soddisfazione sia appaltata alle decisioni del governo aziendale. Non è certo un terzo a decidere, veramente, fino in fondo, della nostra carriera. Può sembrare un’affermazione contraddittoria: nessuno si può promuovere da solo, nessuno si può affidare compiti che prima non gli appartenevano. Non si tratta di questo, ma di una crescita che è maggiore di quella dello “scatto di ruolo”: si chiama employability, quella consapevolezza di poter e dover essere sempre pronti rispetto alle nuove esigenze del mercato, al passo, interessanti e attrattivi per il mondo del lavoro di oggi.

È un salto quantico rispetto a una mentalità abbastanza comune che prevede come una consequenzialità la crescita nel lavoro, anno dopo anno, responsabilità dopo responsabilità.

La persona deve e può rimanere al centro con i propri talenti, valori e priorità.

Tutto questo permette che sia il singolo a decidere se la sua vicenda debba seguire una linea retta, possa fare delle curve o muoversi in orizzontale perché la chiave resta l’individuo, che può sorprendere le logiche e i percorsi predefiniti.