IL NETWORKING: UNA COMPETENZA UNICA PER FARE CARRIERA

IL NETWORKING: UNA COMPETENZA UNICA PER FARE CARRIERA

Intervista a Federica Restelli

Cosa è e cosa non è il networking?

Il networking è il punto di arrivo e ha un duplice significato: è una contaminazione ed è la curiosità di lasciarsi contaminare dalle persone che si hanno intorno e da cosa accade nel mondo del lavoro.

Il punto di partenza è un cambio di mindset. C’è un fraintendimento di forma sul mercato italiano dove il networking spesso è visto come un mero scambio di contatti mentre, in realtà, i contatti sono il vero tesoro da curare. Il networking è una competenza, quindi, è la capacità di interagire con persone che si conoscono per arrivare a conoscere persone o opportunità che non si conoscono. Questa è la definizione condivisa.

Come una consulenza esterna può rendere efficiente questa competenza?

Il networking è una competenza che va coltivata e allenata. Altrimenti rischia di essere svilente perché la reputazione, a livello di networking, arriva prima della persona. Se non si coltiva il proprio brand e non si è consapevoli della propria reputazione, l’opportunità può diventare un boomerang.

Se è una competenza, e lo è ancora di più a livello manageriale, non si può rimandare. Così come un Cfo sa leggere il bilancio, un manager o chi si vuole riposizionare ha necessità di sviluppare questa competenza unica.

Non esiste l’opzione stare fermi: o si progredisce o si regredisce?

Sì, bisogna mettere le mani in pasta perché la potenzialità non diventi un boomerang e perché la competenza possa trasformarsi in opportunità. Bisogna lavorare con un consulente di carriera perché aiuti la persona a capire qual è la propria unicità, che non significa essere bravi o meno bravi, ma essere nella mente di qualcuno per un determinato progetto, non per la competenza, ma per quello che si conosce tout-court della persona. Questo significa lavorare di cesello. Rendere consapevoli le persone della loro unicità si declina in una strategia di networking.

Solo allora si può procedere con la mappatura dei contatti, dando un peso alle relazioni senza correre il rischio di trattare tutti i collegamenti allo stesso livello. Su quelli definiti caldi o quelli freddi bisogna agire in un altro modo, consapevoli che le persone con cui si dialoga possono diventare brand ambassador, cioè segnalare o mettere in contatto con relazioni interessanti. Questo vuol dire lavorare sulla strategia. È un allenamento, così come ci si allena sulle skills digitali, così sul networking. Sembra scontato, ma non lo è.

Come il networking è percepito in Italia?

La cultura italiana in questo scarseggia, mentre sul mercato internazionale non si parla d’altro. È anche vero che sul mercato americano sono possibili cambi di carriera molto più veloci, se da una parte un licenziato esce con lo scatolone, dall’altra prende il telefono per chiamare le persone che conosce. C’è un mindset diverso, mentre il mindset italiano è inficiato da una cultura italiana, che identifica i contatti con un mero scambio di favori.

Il networking può diventare molto più potente degli altri canali. Chi arriva a fare networking connette le persone. L’Italia ha ancora una percezione svilente di utilizzo. La volontà di connettere persone che vibrano sulle stesse corde può far nascere solo qualcosa di positivo.

Il networking è valido per un neolaureato, per chi vuole cambiare settore e per chi è in outplacement?

Il networking è valido per tutte le età. È una competenza cross sulle popolazioni aziendali. Io credo che, anzi, dovrebbe essere una materia scolastica dal liceo alle università, indipendentemente dalle facoltà, su come si fa networking. Vedo che i giovani che si affacciano sul mondo lavorativo fanno carriera perché hanno avuto la possibilità di lavorare con se stessi e condividere le esperienze con altri. Sulla popolazione correlata ai target di INTOO più si sale in azienda e più è una competenza che non può non esserci.

Quali sono gli strumenti per lavorare sulla propria brand identity?

LinkedIn amplifica la possibilità della brand identity. In realtà non inteso come avere un bel profilo fatto e finito, ma è l’utilizzo di LinkedIn che può essere decisivo, soprattutto per quanto si decide di esporsi in rete.

Da un punto di vista manageriale si devono rispettare i criteri di LinkedIn: qualsiasi informazione si scelga di scrivere o non scrivere è un messaggio, identifica una posizione. Il profilo deve essere completo in tutte le sue parti, non è il cv tout-court, altrimenti non ci sarebbe la possibilità di lavorare sul personal branding. Una volta che è un profilo ben indicizzato si inizia l’utilizzo strategico.

Lo scopo è attirare l’attenzione del pubblico che ognuno può segmentare. Bisogna avere le antenne alzate, altrimenti non siamo aderenti ai cambi di mercato, fino ad allenare all’utilizzo dei social. Non possiamo fare finta che i social non esistano, da LinkedIn a Instagram. C’è un tema ampio di web reputation, la reputazione on line soprattutto per i manager è un tema fondamentale.

INTOO aiuta le persone ad esprimersi in rete per un nuovo posizionamento sul mercato del lavoro! E’ un mezzo di networking importante, anche se non immediato. E questo significa fare  S T R A T E G I A .

elizabethkirk1

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