Start up e PMI innovative – le nuove frontiere professionali

start up e pmi innovative

di Marilù Anaclerio /

Start up e PMI innovative sono le nuove frontiere dell’universo professionale. Cerchiamo di comprenderne assieme la situazione attuale.

Si può diventare start up innovativa se si è società di capitali o cooperative costituite da meno di 5 anni, avendo come oggetto sociale esclusivo o prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico.

Rientrano, invece, nella definizione di PMI innovative le imprese di piccole e medie dimensioni, in base ai parametri europei, che operano nel campo dell’innovazione tecnologica, indipendentemente dalla data di costituzione, dall’oggetto sociale e dal livello di maturazione.

Va da sé che lo sviluppo e il rafforzamento di una start up innovativa possa portare al raggiungimento dello status di PMI innovativa.

Il secondo rapporto sull’e-commerce – datato 2016 ed elaborato da BEM Research – va a fotografare uno dei settori maggiormente in start up a livello mondo, registrando come, rispetto alla totalità del mercato europeo che raggiunge una dimensione di circa 600 miliardi di euro, l’e-commerce in Italia corrisponda a solo il 3,6% (contro una quota dei consumi delle famiglie italiane, effettuati attraverso tutti i possibili canali di acquisto, pari al 12%).

Questo scenario va ad evidenziare ancor più la necessità sempre più impellente di adeguamento tecnologico che ha rilevato, tra le altre, un’inchiesta del Sole 24 Ore, la quale ha sottolineato come 7 aziende su 10 ritengono che la tecnologia sarà indispensabile per la loro crescita, ma solo 3 su 10 stanno facendo realmente investimenti in tal senso. Viene, in effetti, difficile immaginare come imprese che ancora guardano con sospetto alla vendita online possano implementare processi legati a big data, intelligenza artificiale, IOT e tutto ciò che ruota attorno all’industria 4.0. Questo dato di realtà è, tra l‘altro, chiaramente penalizzante rispetto all’estero, soprattutto se consideriamo che la congiuntura attuale, caratterizzata da una domanda interna stagnante, mercati esteri in veloce crescita e consumatori senza ormai più confini, impone alle nostre PMI di rivedere il proprio modello di business, allineandolo ad una prospettiva internazionale.

Possiamo, però, affermare che qualcosa si sta muovendo a seguito del Piano Industria 4.0 che il Ministero dello Sviluppo Economico ha fatto approvare e che prevede per le startup innovative- con possibilità di estensione di molte misure anche alle PMI innovative –  la possibilità di usufruire di un quadro di riferimento ad hoc su argomenti quali la semplificazione amministrativa, il mercato del lavoro, le agevolazioni fiscali, il diritto fallimentare. Inoltre negli ultimi anni le aziende ormai mature, sia grandi che medie, stanno vedendo nelle start-up innovative una possibilità di outsourcing della ricerca e sviluppo, che potrà in un futuro più o meno breve condurre a vere e proprie sinergie industriali o ad acquisizioni, oppure rappresenterà comunque una diversificazione della propria attività. Aumenta, inoltre, desiderio di imprenditorialità del 67% dei giovani italiani (fascia d’età 18 – 35 anni), propensi a valutare una professione imprenditoriale; di questi il 40% dichiara di avere già un’idea concreta di business in mente.

Ma non solo i giovani sono sempre più orientati a inventarsi un lavoro. Sono diversi anche i manager che si ricollocano, avviando startup tecnologiche. Figura, in tal senso, che sta acquistando sempre maggiore rilevanza è quella del business angel, che sempre più offre un impegno diretto nella gestione della start-up. Per lo più si tratta di manager di grande esperienza e disponibilità economiche, che per vari motivi si trovano a doversi ricollocare sul mercato del lavoro e che, nel nuovo ruolo di business angel, affrontano una sfida che ben valorizza le loro competenze e la loro storia professionale, ponendoli come interlocutori strategici per accompagnare la penetrazione sul mercato, supportare lo sviluppo di sinergie commerciali/industriali, facilitare il rafforzamento patrimoniale.

Altro aspetto, che va più a toccare la realtà delle PMI, è rappresentato dalla loro natura familiare che coinvolge quasi sempre molti elementi del nucleo parentale, concentrando il potere decisionale in pochi soggetti e, quindi, perimetrando di molto la cultura del confronto che, di suo, porta sempre alla definizione più efficace e veloce di processi di innovazione. Al fine di strutturare al meglio una roadmap sempre più strutturale di crescita e sviluppo di cultura innovativa, si rende quindi necessario definire un percorso di formazione qualificata che, oltre a raccontare le opportunità derivanti dalla rivoluzione tecnologica, permetta di creare una nuova classe imprenditoriale in grado di coniugare i concetti basics con i nuovi must che l’innovazione richiede di possedere. Tutto questo, tenendo ovviamente conto delle specificità delle varie aree economiche in cui operano le PMI ed identificando le competenze maggiormente rilevanti in un determinato ambiente economico e sociale, dal momento che su uno stesso territorio possono insistere distretti produttivi estremamente diversificati.

Se l’aggiornamento tecnologico è indispensabile, lo è altrettanto l’adeguamento parallelo delle soft skills che nelle start-up si evidenziano nel modo in cui l’imprenditore si relaziona con i partner commerciali, i dipendenti, i fornitori, gli investitori, oltre che nella sua capacità di apprendere e di apportare cambiamenti anche repentini. Questo, sia relativamente alle idee che alla strategie di realizzazione, nonché nel modo di definire in maniera scientifica e rigorosa le attività da portare avanti, gli obiettivi connessi, nonché dando ai diversi interlocutori coinvolti compiti specifici e ben delineati nei risultati da ottenere e nei tempi da impiegare.

elizabethkirk1

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