PERCORSI DI OUTPLACEMENT: INTERVISTA A CARLO BIANCHINI

La serenità professionale attrae opportunità

Carlo Bianchini racconta il proprio percorso professionale partendo da qualcosa che lavoro non è: apre con la sua vita privata (la moglie, il figlio che studia ingegneria al Politecnico di Milano), l’importanza delle sue radici (è emiliano ma ha sempre lavorato a Milano) e l’amore allo sport praticato (dal ciclismo al tennis, dal canottaggio ai motori) nonché agli insegnamenti di vita che ne ha tratto.

Trasmette subito l’impressione di un uomo intero, che non separa o emargina aspetti della vita in compartimenti separati e stagni, lasciando piuttosto che le “lezioni” della sfera privata intacchino quella lavorativa e viceversa.

Bianchini, cosa ti ha spinto a intraprendere un percorso di disruption, un balzo di lato rispetto al corso più “standard” e di successo sul quale avevi imperniato la tua vita professionale?

Provenivo da un vero e proprio “innamoramento”, sono stato 12 anni in un gruppo internazionale di luxury skin care e cosmetica iconica, nel coordinamento della divisione professionale di tutti i mercati, Italia e Grecia in primis. È un bel settore e, per quanto mi riguardava personalmente, ricoprivo un ottimo ruolo, con squadra con cui si lavorava benissimo. Nel tempo, però, il sistema valoriale dell’azienda è cambiato, in particolare dopo il processo di acquisizione, e ho deciso di affrontare la cosa seriamente, con un processo di autodiagnosi.

D’altra parte già in passato, mentre crescevo di professionalità, competenze e responsabilità, avevo scelto di ritagliarmi il tempo di seguire un corso di coaching individuale, di investire sulla riflessione orientata alla crescita. È stato lo sport a insegnarmi quanto valga la pena non tirarsi indietro, affrontare le situazioni spinose e mettere in campo strategie per perseguire migliori risultati. In azienda, con il nuovo management, non trovavo più quel feeling che credevo giusto per il mio ruolo e così ho deciso di uscire, nonostante amassi la mia squadra e i prodotti che trattavamo.

E come è andata?

Dapprima ho scelto la divisione farmaceutica di un’impresa multinazionale familiare italiana che produce e distribuisce una vasta gamma di marche innovative e sostenibili. Poi ho deciso di non scendere a compromessi e buttarmi a capofitto in una nuova avventura. Sono stati mesi difficili, non lo nego, ma guidati dalla consapevolezza di non essermi arreso a qualcosa che non mi avrebbe soddisfatto.

Ho affrontato questa sfida giocando una carta importante, quella di un partner competente con il quale farvi fronte. Ed è così che ho conosciuto INTOO e il loro programma dioutplacement. Sono stati la mia spalla, in un percorso di ascolto, confronto e crescita, per disegnare un nuovo progetto professionale, più corrispondente ai miei valori. Ho vissuto in profondità questa fase, fissando i punti chiave per affrontare una nuova vita.

Qual è stato il momento di snodo?

Il primo incontro in INTOO con l’AD Cetti Galante, la sua lucidità di pensiero mi ha rassicurato nel dar credito a ciò che nasceva dentro di me, anche se mi portava verso qualcosa di lontano rispetto a come ero abituato a vedermi (manager in azienda), e andava benissimo così. È stato in quel momento che ho realizzato che il mio impulso era un elemento arricchente. Poi ne ho avuto ulteriori conferme, ma è da lì che ha preso piede la mia determinazione nel re-inventarmi in una dimensione diversa, dove gustare una sintonia maggiore. Nel dialogo con Cetti Galante mi sono sentito a casa e ho capito che avevo fatto centro.

Nel concreto, come si è dipanato il tempo della transizione? 

Mi sono concesso 4 mesi di break totale… e poi un giorno stavo andando in vacanza, ero in treno, e mi ha chiamato un consulente di un fondo di private equity con un progetto al quale ho restituito (nelle ore del viaggio) feedback puntuali, con una guideline precisa. La sua reazione al mio lavoro mi ha confermato nel valore di quel che posso esprimere, anche oltre i referenti standard di chi lavora in un’azienda. Capivo che era questa la mia prospettiva, quella di danzare con una numerica di interlocutori molto più ampia e profonda. È la mia vita oggi, tutto proteso su una molteplicità di progetti con persone che mi corrispondono: parto da me, sono selettivo sulle iniziative e le persone coinvolte, puntando su un network con il quale trovarmi in sintonia, in un orizzonte di condivisione valoriale.

Non devo e non voglio più dimostrare, sto piuttosto restituendo all’equipe quello che ho avuto la fortuna di ricevere, il mio faro è quello dello scambio, soprattutto in un confronto serrato con i giovani, per capire se quello che ho imparato è ancora valido. Al momento, un fondo mi ha sostenuto nel lanciare una start up beauty, supportata da un nome importante nel campo. Non solo, sto seguendo un progetto anche digitale dedicato al beauty e alla ginnastica facciale. Tirando le somme, al momento mi sto spendendo su 4/5 progetti dove gioco le competenze acquisite nel passato e le ri-gioco in forme nuovo.

Il fattor comune è il mio star bene e la determinazione nel mettere alla prova il mio “modulo di gioco” per verificane gli elementi di attrazione, stimolo, interesse, prendendo anche spunto delle idee dall’altro, da generazioni diverse guidate da una nuova filosofia di vita.

Come il percorso di outplacement targato INTOO  ti ha guidato?

Il momento dell’uscita, per quanto preparato e ponderato, è sempre complesso, nel mio caso particolarmente duro in quanto i collaboratori non si stancavano di sottolineare quanto avremmo potuto ancora costruire insieme.

Per tenere dritta la barra e non venir meno al proprio progetto di crescita è necessario avere un partner che accompagni, consulenti esperti che ben conoscono la fase che si sta attraversando e costituiscono un luogo affidabile e solido di confronto. Per me INTOO è stato questo, la sensibilità e la testa alle quali affidare la mia autodiagnosi e la volontà di costruire un network sano per edificare una nuova strada per la mia vita.

La fase dell’uscita e della costruzione di un nuovo percorso sono un groviglio di emozioni…

Sì e lo sport ha costituito un elemento di formazione caratteriale fondamentale, insegnandomi la gestione dello stress e della tensione, nella lotta al centesimo di secondo in gara. Ci ho sempre trovato beneficio, nello studio prima e nel lavoro poi. Anche gustando il beneficio del break, dello staccare per recuperare energie… sembra di perdere tempo ma accade esattamente il contrario, guadagnando poi in concentrazione. È la più grande lezione anche del mio impegno nel canottaggio, ai tempi dell’Università a Pavia, con un importante lavoro sui meccanismi psicologici per garantire risultati sia nello sport che nello studio.

E s’impara anche dalla sconfitta, perché quando la competizione si fa esasperata ci sono infinite variabili, non tutte controllabili, ma dall’insuccesso si migliora. Mi sono documentato molto nella mia vita su questi aspetti, anche grazie alle testimonianze di leggende dello sport come Arrigo Sacchi che è un modello rispetto all’attitudine al lavoro di squadra e all’attenzione a cercare la vittoria nel rispetto dell’avversario. Ancora oggi attuo questi insegnamenti, traendo il meglio dall’equilibrio delle persone del team, dal bilanciamento che offrono gli stimoli dei collaboratori come elemento chiave alla performance quotidiana. Sono convinto, infatti, che in ogni aspetto della vita (anche familiare), non si va avanti da soli, la condivisione è il mio elemento chiave, un tratto personale che devo applicare per sentirmi appagato.

Nella sfera professionale, il mio modello di leadership è assolutamente collaborativo, basato su una comunicazione più diretta possibile, con la volontà di affiancare le persone, capire fino in fondo i problemi per definire come agire. Dalla mia serenità sgorgano opportunità, per me e per gli altri; è la solidità che attrae perché le energie positive generate si trasferiscono e richiamano occasioni.

elenacosta

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