LA FASE 3 DELLO SMARTWORKING

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Il 60,4% di chi ha lavorato in smartworking durante il lockdown preferirebbe continuare le sue attività da remoto, almeno nel breve periodo.

Questo è uno dei dati rilevati dal secondo report del progetto Italia sotto sforzo. Diario della transizione 2020, realizzato dal Censis in collaborazione con AGI. La ragione prevalente (32,5%) è evitare il rischio di contagio sui mezzi pubblici o in ufficio, ma anche per l’opportunità di gestire meglio le esigenze familiari (16,5%) o perché si ritiene questo modo di lavorare più produttivo ed efficiente (11,3%).

Quel che sottolinea Istat nel Rapporto annuale permette di approfondire un simile giudizio: “lo shock organizzativo familiare provocato dal lockdown ha potenzialmente interessato tutti i nuclei con figli minori ed entrambi i genitori. Si tratta di quasi tre milioni di famiglie”.

Il lavoro a distanza potrebbe aver facilitato la gestione familiare, offrendo l’opportunità di testare in che misura lo smartworking possa aiutare la conciliazione dei tempi di vita, una volta superata l’emergenza. Ma, aggiunge l’Istat, “l’organizzazione del lavoro nel nostro Paese è ancora molto rigida.

Prima dell’epidemia lo smartworking interessava un segmento limitatissimo di attività e di lavoratori: solo un milione e 300 mila occupati aveva usato la propria casa come luogo principale o secondario di lavoro”.

Dai dati e dai giudizi emersi è chiaro, quindi, che lo smartworking come lo abbiamo vissuto e conosciuto durante la Fase 2 abbia bisogno di una evoluzione.

Determinata soprattutto da cosa? Dall’evidenza sempre più limpida che nulla può sostituire il rapporto umano che caratterizza buona parte delle relazioni professionali. Relazioni che non possono solo essere corroborate da riunioni virtuali, telefonate con video o webinar. Basti pensare a quanto la vita di ognuno e la propria crescita siano state influenzate dall’incontro con un collega, un fornitore o il proprio responsabile. Sappiamo bene quanto una parola, un gesto, una battuta, una mano sulla spalla abbiano saputo parlare più di tante riunioni, meeting, obiettivi raggiunti. Sono elementi, questi, che lo smartworking non può restituire.

È necessario, quindi, che nella ripartenza di settembre si abbia il coraggio di ridare spazio al valore umano, alla persona secondo tutta la sua ampiezza, che è il grande valore aggiunto del lavorare e del lavorare insieme ad altri.

Si può trovare un nuovo equilibrio tra lavorare in presenza, in ufficio, e mantenere una serie di appuntamenti e momenti da remoto che non disperdano quel patrimonio di flessibilità e work-life balance sperimentato durante il lockdown.

È una trasformazione culturale quella che è necessaria. Alcune grandi società hanno già da anni messo in campo uno sforzo organizzativo, strutturale, a partire dal lavoro delle risorse umane, per fare in modo che ciascuno, con le sue peculiarità, diventi una ricchezza per l’azienda con tutto se stesso, non solo attraverso competenze e capacità, ma più propriamente con la messa in campo di una personalità a 360 gradi.

In un’intervista al New York Times il CEO di Microsoft, Satya Nadella, riflettendo al riguardo di uno smartworking inteso come unica modalità di lavoro (sul modello di Twitter), si è domandato: «Che ne sarebbe delle connessioni e della costruzione di relazioni di gruppo? […] Sento che forse stiamo bruciando parte del capitale sociale che abbiamo costruito».

Insomma, in medio stat virtus dicevano gli antichi e forse anche oggi è nel bilanciamento di lavoro da ufficio e da remoto la chiave della legacy più efficace per la ripresa settembrina.